Gelso
Morus alba L., Morus nigra L.
Fonte immagine: https://www.salentokm0.com/it/antiche-varieta/gelso.- Descrizione sintetica del prodotto
- Processo produttivo
- Storie e tradizione
- Tipologia di commercializzazione
L’albero del gelso cresce fino a 20 metri di altezza e i suoi frutti sono chiamati more di gelso, maturano da maggio ad agosto e presentano un gusto delicato, pur essendo molto zuccherini e succosi: i frutti presentano una forma leggermente più allungata rispetto alle more di rovo. Per quanto riguarda il sapore, le prime sono dolci, ma un po’ acide; le seconde presentano un maggiore equilibrio tra acidità e dolcezza e risultano, quindi, più aromatiche e gustose.
I gelsi possono essere raccolti e consumati direttamente dalla pianta o utilizzati per conserve di marmellata, succhi di frutta e/o gelatine.
I gelsi appartengono alla famiglia delle Moraceae, genere Morus. Il gelso bianco (Morus alba L.), originario dell’Asia centrale e orientale, è un albero che può raggiungere i 15 metri d’altezza. Fu introdotto in Europa insieme al baco da seta, ghiotto delle sue foglie.
Fino alla metà del Novecento, l’allevamento dei bachi da seta costituì una risorsa economica fondamentale in molte regioni italiane, tra cui la Puglia. Con l’arrivo delle fibre sintetiche, la bachicoltura scomparve e, con essa, anche la coltivazione intensiva del gelso bianco.
La pianta presenta una chioma folta, con foglie verde scuro lucide sopra e più chiare sotto. I fiori sono unisessuali (pianta monoica): i maschili si dispongono in spighe cilindriche di 2–4 cm, peduncolate; i femminili, in glomeruli ovoidali, appaiono in aprile. I frutti, carnosi e giallastri, maturano tra giugno e luglio, con un sapore dolce e leggermente acidulo.
Il gelso nero (Morus nigra L.), proveniente dall’Asia Minore e dall’Iran, presenta foglie più piccole e frutti di colore nero-violaceo, dal sapore più intenso.
Il gelso è stato a lungo al centro della vita rurale, non solo per i frutti, considerati medicinali ma soprattutto per le foglie, alimento esclusivo del baco da seta.
In Puglia, dal Gargano al Salento, il paesaggio conserva ancora oggi alberi secolari a bordo strada, in campagna, lungo le vecchie ferrovie e presso antichi frantoi. In passato, venivano piantati anche per contenere il terreno, proteggendo alzaie e binari da frane e smottamenti.
Alcuni esemplari, veri giganti verdi, sono inseriti nel Registro degli Alberi Monumentali d’Italia: in Puglia, si contano esemplari con oltre 280 anni di vita.
La letteratura classica conserva il ricordo di quest’albero: Ovidio, nelle Metamorfosi, narra la tragica storia d’amore di Piramo e Tisbe, che si incontravano sotto un grande albero di gelso. Il sangue dei due amanti, versato dopo un tragico malinteso, colorò i frutti di rosso scuro. La storia fu così amata che Dante la menziona nel Purgatorio della Divina Commedia.
A Canosa di Puglia (BT), come in molte zone rurali, mangiare i gelsi direttamente dall’albero era un rito. Bastava trovare un gelso lungo una stradina di campagna, tra filari d’ulivi e muretti a secco, per scatenare la corsa dei bambini verso la festa d’estate.
I frutti si raccoglievano con due dita, si mangiavano senza lavarli, lì, sotto l’albero. Nessuno li portava a casa: perdevano sapore. Le mani si coloravano di viola, le bocche sorridevano. Le famiglie stendevano lenzuola per raccogliere i frutti caduti, evitando che si sciupassero.
Ma non si gustavano solo freschi: i gelsi diventavano marmellate casalinghe, cotte lentamente, secondo ricette antiche. Il profumo invadeva le cucine, annunciando che l’estate si sarebbe conservata in un vasetto, pronta a tornare nei mesi più freddi.
Questo legame profondo con l’albero è raccontato da Nunzio Valentino, ingegnere e scrittore canosino, nel suo libro All’ombra del gelso. L’albero che cresceva nel cortile di casa era per lui un compagno silenzioso, sotto la cui ombra si confidava con la madre. Un testimone immobile di parole, sogni e affetti.
Per Valentino, ancora oggi, quell’albero è presenza viva: un’immagine del passato che parla di verità semplici e memoria intima, di vita senza filtri, di frutti colti e condivisi.
Lo stesso sentimento attraversa la poesia di Giusy Del Vento, poetessa di Canosa. Nella raccolta Uno, due, tre... stella, dedica al gelso due poesie in cui l’albero rappresenta la casa natale, la madre, la felicità perduta e ritrovata nei gesti quotidiani. Per lei, il gelso è radice, identità, amore.
Anche nella narrativa contemporanea, il gelso diventa simbolo e custode di segreti. In Il segreto del gelso bianco, romanzo scritto da Antonella e Franco Caprio, edizione Feltrinelli, una bambina confida un segreto a un gelso bianco, prima di affidarlo a un diario. La vicenda si snoda lungo tutto il Novecento, in un viaggio tra la Murgia pugliese, gli Stati Uniti e Torino. Protagonista è Marianna, e con lei una famiglia e un mondo rurale che cambia, ma non dimentica sé stesso. È una saga familiare intensa, che intreccia affetti, dolori, spiritualità e ironia.
A Canosa, la presenza dei gelsi si ritrova anche nei luoghi della storia. Presso il Battistero di San Giovanni, là dove un tempo c’era un frantoio circondato dalla campagna, oggi si innalzano due imponenti alberi di gelso. Un tempo lì si respirava l’odore dell’olio fresco, si ascoltava il fruscio del vento tra gli alberi, si osservava il silenzio operoso dei contadini.
Anche nel sito archeologico di Bagnoli, poco fuori dal centro, un grande gelso svetta tra le pietre antiche. Forse è solo una coincidenza. O forse no. Forse è un segno discreto, una presenza che abbraccia le radici della città e custodisce la memoria di chi l’ha abitata. Come nei miti antichi, il gelso è lì per ascoltare i silenzi, accogliere i racconti, proteggere i ricordi.
Il gelso non è solo un albero. È vita rurale, memoria popolare, poesia, infanzia, storia.
Un tempo cresceva accanto a ogni casa, oggi resiste nei margini della città, tra passato e presente, tra radici e rami, tra ciò che siamo e ciò che ricordiamo. Ora quei gelsi sono lì, cresciuti tra le pietre antiche, maestosi e solenni, come se volessero ricordare a tutti che la terra non dimentica.

